Quando è arrivato al Toro, dopo il prestito al Varese, mio papà ed io, come capitava spesso con i nuovi giocatori, siamo stati tra i primi a vederlo entrare al Filadelfia. Un sorriso, una stretta di mano, le presentazioni e quindi le operazioni di rito. L’assegnazione del numero di matricola, l’undici, che lo avrebbe seguito per ben 18 anni e avrebbe contrassegnato i suoi capi d’abbigliamento, il suo posto nello spogliatoio, lo scompartimento dello scaffale per le scarpe da gioco. Una visita veloce delle stanze del Fila. La consegna delle scarpe n. 38, della maglia e dei calzoncini per il suo primo allenamento. Aveva l’aria un po’ spaesata, appariva di poche parole ma malgrado la sua giovane età si intravedeva già un carattere forte, determinato, serio e combattivo che gli avrebbe permesso di diventare il grande campione che è stato. I modi gentili e il sorriso accennato. Giovane di belle speranze, campione affermato, vice di Radice nell’anno dello scudetto; ruoli diversi ma sempre la stessa persona. Silenzioso quasi invisibile. |