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IL MODELLO DA SEGUIRE
di Gianni Romeo

   

 

Quando Giorgio Ferrini a vent'anni esordì nel Toro, stagione 1959-60, la prima volta dei granata in serie B, un cammino difficile percorso con fierezza e con grinta, il sottoscritto esordiva come giovane apprendista di giornalismo a «Tuttosport». Quel nome non mi diceva nulla, ma cominciò ben presto a entrarmi in testa come modello di comportamento. In che modo? Giglio Panza, grande esperto di calcio, allora redattore-capo del quotidiano sportivo che poi avrebbe diretto, prendeva spesso Ferrini come riferimento quando faceva i sermoni a noi giovani: guardate quel biondino del Toro, ha la vostra età, farà certamente strada perchè in campo non molla mai; prendete esempio, anche il giornalismo è una partita da giocare giorno dopo giorno cercando di vincere il più possibile.

E Renato Morino, un altro giornalista di qualità responsabile della rubrica di atletica alla quale ero stato aggregato, mi diceva: l'atletica è sport dove il cuore vale più dei muscoli, vince chi sa cacciare indietro la sofferenza il più a lungo possibile. Uno come quel Ferrini, ad esempio, se soltanto avesse gambe più lunghe e asciutte, nella corsa sarebbe un fuoriclasse.
Ferrini cominciò a entrarmi dentro come esempio nelle stanze di Tuttosport, prima che sul campo. La prima volta che andai al Filadelfia a vederlo giocare, ero convinto di andare a trovare un amico. Sapevo già tutto di lui.