
IL MIO PREZIOSO VICE |
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Quando, nell’estate del 1975, sono stato ingaggiato da Orfeo Pianelli, ero reduce dalla mia avventura in Sardegna; Arrica mi aveva assunto per salvare il Cagliari, subentrando dopo 10 giornate al buon Chiappella. L’assenza prolungata di Gigi Riva (solo 8 partite disputate) aveva reso difficoltosa la scommessa, ma l’impegno dei ragazzi aveva consentito un’agevole salvezza. Essere alla guida del Torino con una così prestigiosa tradizione, diventata ormai leggenda, per me era il massimo che potessi chiedere. Diventare il dirimpettaio della Juventus, che aveva conquistato lo scudetto lasciando il Torino a 8 punti di distanza, era uno stimolo in più. |
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Forse la decisione di sostituire Edmondo Fabbri era maturata in Pianelli nel corso dell’ultima giornata al Sant’ Elia dove i granata non erano andati oltre il pareggio: Cagliari – Torino 0-0. In quei 90 minuti avevo visto Pulici e Graziani , Sala e Zaccarelli, e avevamo sudato per tenerli a freno. Sarebbero diventati i miei giocatori e in quell’estate Giorgio Ferrini aveva deciso di appendere le scarpe al chiodo. In quell’ultima gara, contro il Cagliari, Giorgio aveva giocato gli ultimi 2 minuti (al posto di Santin), gli ultimi due minuti della sua carriera di giocatore (era arrivato che il Torino era in B nel 1959 e con la maglia granata aveva disputato 443 partire, una in meno di Boniperti nella Juve). Con Ferrini avevamo giocato insieme in Nazionale, ai campionati del mondo in Cile quando avvenne quella incresciosa espulsione di Giorgio contro la squadra di casa. Giorgio era destinato a diventare il mio vice e mi bastarono poche settimane per capire che quella era stata la scelta più azzeccata |
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Lui, così parco di parole, era riuscito a stabilire con i suoi ex compagni di squadra e con i nuovi un rapporto che a me all’inizio era parso impossibile da realizzare in così breve tempo. I giornalisti quell’ anno si sbizzarrirono a inventare e scoprire i segreti del nuovo Torino e pochi si accorsero dei meriti acquisiti da quel “mulo” triestino. |
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Quante volte ho accettato i suoi suggerimenti e non mi sono mai pentito. Dello spogliatoio aveva fatto un gruppo compatto e alcune tattiche, come il pressing all’olandese, erano state assimilate perché Giorgio era riuscito a convincere l’equipaggio che l’esperimento avrebbe dato i suoi frutti. |
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| Il giorno del trionfo, mentre i giocatori stavano issandomi sulle loro spalle per il giro d’onore, tentai di coinvolgere Ferrini, ma Giorgio non c’era: era in un angolo del “suo” spogliatoio a piangere. Sapeva di aver vinto il suo primo ed unico scudetto. Quando Giorgio ha perso l’ultima gara contro quel male maledetto, quel giorno non ha perso soltanto il mio più bravo collaboratore, in quelle ore ho perso un fratello. |