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L PANTALONCINO SPORCO DI TERRA
di Eraldo Pecci

 

 

“Mi scrivi qualcosa su Giorgio Ferrini, per il trentennale della sua scomparsa?” “Sono già trenta anni. Perché io che non ho una grande dimestichezza con la penna?” “Perché numero otto come lui, dopo di lui, mi sembra giusto”, sentenzia la voce granata al filo. Ok. Incredibilmente per chissà quale combinazione della vita ero a Trieste, la tua città natale Giorgio. Saranno stati venti anni che non mi fermavo in quella bella città di mare e di confine, capoluogo del Friuli. I friulani sono gente concreta, laboriosa, affidabile.  Come te, numeri otto. Concretezza, su le maniche e pochi fronzoli.
E ti ho immaginato in piedi lassù davanti al rosone di San Giusto fermo anche se tirava la bora, anche se tirava forte, come di guardia con quel senso del dovere che possiede il numero otto, a guardare quel mare azzurro come i tuoi occhi, specchio di quel animo gentile che noi abbiamo conosciuto a dispetto della tua “fedina penale sportiva”. Paradosso del numero otto: che puoi essere buono e caro quanto vuoi, ma quando ci vuole ci vuole. E’ un dovere. Il tackle del giusto (come il santo) lo definirei. Eri li in piedi, dicevo, con quella maglia di cui parlava Arpino, rossa come il sangue, forte come la barbera che sembrava cucita su misura per te. Il pantaloncino sporco di terra naturalmente perché anche nel momento della foto si resta numeri otto. Valentino, Rivera, Pelè, Maradona, Baggio e anche il tuo amico Moschino si possono immaginare solo con il dieci e con la braga bianca, linda.
Certo, anche Di Stefano e Bobby Charlton erano dei dieci che hanno cercato di confonderci, ma nessuno ci casca. Numero affascinante il 10, che introduce al mito.

Tu otto avevi il compito più terreno: accompagnare il Toro da Superga a Pupi-gol. E con Orfeo Pianelli al fianco, l’hai fatto alla grande e perciò ti ringraziamo. Un rinvio di Bearzot, Lido e Luciano che si tuffano, un volo della farfalla Meroni, una gag di Agroppi, il calore ed il folklore della Maratona, un dribbling e cross di Claudio il poeta, mille derby, i gemelli del gol ed ecco laggiù, che palleggia contro il muro del vecchio Fila Pupi, un gemello appunto. E’ un 11 come Riva ma è lui l’uomo della staffetta, fidati.


Un periodo di vent’anni sempre con il vento contro e quella maglia sudata incollata al petto: in viaggio con Orfeo, l’avvocato Cozzolino, Nanni Traversa, Giacinto, Ercole, Oberdan; nomi valori e passioni d’altri tempi che hanno scritto la nostra storia. E Rocco, Fabbri, Giagnoni, Radice. Quindi lo scudetto ’76, e tu te ne sei andato come se avessi esaurito il tuo compito. Ci sei mancato ed in realtà ci sei sempre stato. Nei cent’anni del Toro sei uno dei giganti, da otto come e più di un dieci. Conciso e scarno come avresti voluto tu, non sarò riuscito a rendere l’idea di ciò che sei stato, come avresti meritato. Ma la gente granata ti conosce bene. Ciao Giorgio e grazie di tutto.