Home
Storia
Chi siamo
Gli associati
Iniziative
Contattaci
Giorgio Ferrini
Link
Beretta
Banca Popolare di Novara
Associazione Ex Calciatori Granata - Storia

<< back

 

IL ROBIN HOOD
di Giampaolo Ormezzano

   

 

Penso di aver avuto la straordinaria fortuna di conoscere un Ferrini speciale, oltre a quello normale cioè sensazionale che ho applaudito ed amato. Si tratta del Ferrini di un raro bianconero DOC, che vuol dire Documentata Origine Corretta, cioè Giampiero Boniperti grande amico mio. Già gli dovevo il più straordinario, efficace, onesto e intanto fantastico tributo a Valentino Mazzola: “il granata che aveva stoppato miracolosamente sulla linea della sua porta un mio tiro che io avevo già festeggiato come gol, e che nei pochi secondi in cui uscivo dall’area di rigore tenendomi la testa fra le mani per la delusione era già andato a segnare, laggiù, un gol nella porta mia”. Poi il debito è cresciuto “Tu non capisci niente di calcio – mi ha detto – e allora ti spiego che uno come Ferrini è il trenta per cento almeno di una squadra, e se il Toro, qualche volta ci contrasta, magari ci batte, la colpa è di Ferrini”. E la prima volta che gli dissi che la mediana bianconera che lui ha più amato, la diga Furino-Tardelli-Benetti rischiava di valere, tutta insieme, per la Juve quanto da solo Ferrini per il Toro, non si è neanche arrabbiato troppo.

 

Che strano però questo erompere tecnico-atletico di Ferrini nel mio campo visivo e valutativo, con tutti gli elogi e persino gli orpelli convenzionali da gran giocatore, quando per me era sempre stato uno dei calciatori più semplici del mondo, uno che molto semplicemente giocava sempre bene per il Toro, metteva sempre il piede, rischiava sempre di suo, e non essendo stato baciato dagli dei quando era nato si era dovuto applicare sempre al massimo, disputando ogni partita come se fosse l’ultima e intanto essendo costretto dalle vicissitudini costanti e però sempre nuove del Toro, squadra di lotta continua, a scendere in campo con i tremori di una prova di esordio, sgranato tutto un rosario di prove di esordio.

Non mi sono mai posto il quesito del valore di Ferrini, il problema della sua caratura. Lui era semplicemente costantemente perfetto, nessuno pur fatto come lui poteva giocare meglio di lui. Che quando scalciava era un vendicatore, un giustiziere, quando rubava palloni un Robin Hood e non mai un Arsenio Lupin, quando discuteva con un arbitro era Cicerone contro lo scemo del villaggio. E mi dispiace che al Mondiale del 1962 in Cile non ci sia stata la televisione in diretta a portarmelo subito a casa ardente e vessato, furibondo e torturato dall’ineffabile (si disse e scrisse così, piaceva molto quell’aggettivo) arbitro inglese Aston.

Per finire: devo al ciclismo, al mio giornalismo ciclistico, pane e caviale, ma nel 1968 odiai il Giro d’Italia, dove pur vinceva il mio amico Eddy Merckx al quale ancor molto giovane, due anni prima, avevo anticipato con un mio pronostico eccezionalmente, curiosamente azzeccato il successo nella Milano-Sanremo guadagnandomi il suo “grazie” e persino una certa fame di esperto, odiai il Giro perché mi teneva lontano dal campionato europeo per me vinto non dall’Italia, ma da Giorgio Ferrini