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IL MIO IDOLO
di Alberto Manassero

   

 

Giorgio Ferrini è il mio giocatore. E’ il primo che ricordo, entrò nell’infanzia d’un bimbo fragile per non uscirne più. Il primo idolo della mia vita, mai scalzato. Avevo pochi anni quando costrinsi mia madre a ritagliare un tremolante 8 da una pezza bianca per cucirlo su un’improvvisata maglietta granata: tutti volevano l’11 o il 9, io no, io volevo il numero del capitano. Allora non lo sapevo, però quel ragazzo impersonava già valori che evidentemente avevo dentro ma dei quali solo molto più tardi avrei preso coscienza. Giorgio è carattere, onestà, onestà anche di sbagliare, coraggio e soprattutto libertà, la libertà di andare contro il più forte, di difendere i valori in cui si crede, di non piegarsi mai, di mettersi davanti al più debole e urlare in faccia all’arroganza: prenditela con me! La libertà, appunto. E il Toro, che per me è simbolo di libertà e di romantica ribellione all’ignorante, pericoloso conformismo. Ancora oggi ho nel cuore un suo gol su punizione ai gobbi in un derby vinto 2-1, ma è sospeso tra la realtà e il sogno.

 

Perché il Torino non rende onore a questo uomo che è il simbolo assoluto del granatismo post Superga, non lo celebra. Colpevolmente. Giorgio Ferrini è il regolamento non scritto, vissuto, del perfetto granata, in lui c’è tutto, il Toro, gli ideali che rappresenta, c’è la sua gente. E’ un magistero che andrebbe rinnovato in tutte le squadre del vivaio. Resto convinto che lo scudetto del 1976 sia stato inseminato dal suo arrivo al Torino e che la sua lunga carriera di calciatore sia stata la gestazione di quel trionfo, che poi lui partorì da allenatore in seconda. Ho il grande rammarico di non averlo conosciuto, pur avendolo visto tante volte. Però questo è vero solo in parte, perché l’ho sempre sentito vicino come un fratello maggiore che detta senza dire l’esempio da seguire. E so che prima o poi lo abbraccerò.