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IL CARTELLINO ROSSO
di Cesare Gussoni

   

 

Giorgio Ferrini, calciatore, era un combattente di razza: alle sue indubbie doti tecniche univa l’istintiva vocazione alla lotta e lo trovavi sempre coinvolto nei punti più caldi del campo nel corso di una partita. Dirigere una gara da lui giocata non era compito facile per un giovane arbitro alle sue prime comparse in serie A, mi capitò così di doverlo espellere due o tre volte durante i miei inizi arbitrali nel grande calcio. Fu in treno, dopo un paio d’anni, durante il viaggio di ritorno da una trasferta al Sud che ebbi l’occasione di conoscere l’Uomo Ferrini. Cenammo insieme allo stesso tavolo del vagone-ristorante.

 

Nei suoi onesti occhi azzurri colsi una certa timidezza quasi un iniziale imbarazzo che poi si sciolse in discorsi pacati ed equilibrati da bravo ragazzo generosamente legato ai valori comuni che regolano la vita di ogni giorno ed ai colori granata: era infastidito e preoccupato per un compagno, attaccante d’oltralpe, che metteva a rischio l’andamento della squadra conducendo vita non da atleta fuori dal campo. Da quel giorno non ho più avuto bisogno di ammonirlo, aveva acquisito fiducia in me né tradì mai la fiducia che a mia volta avevo riposto in lui anche diventato allenatore in seconda del forte Torino di Radice.

Quando si diffuse improvvisa la notizia del malore e del drammatico intervento chirurgico, telefonai al Prof. Cattaneo medico sociale e grande gentiluomo che pur parlandomi da collega si mantenne molto riservato, ma da medico compresi che la sopravvivenza di Giorgio sarebbe stata impossibile e mi si inumidirono gli occhi.