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QUEL MONA
di Gigi Garanzini

   

 

Gigi Simoni non ci voleva credere. Non riusciva ad accettare, parlandone sere fa, che davvero fossero passati trent'anni. Ce l'ho qui davanti agli occhi, continuava a ripetere, in campo e fuori, in spogliatoio e in ritiro, ad Alpignano dove eravamo di casa a quei tempi. Con quei muscoli scolpiti, quasi in rilievo che lo facevano sembrare ancor più potente, quasi invulnerabile. E invece che fine, povero Giorgio. Fu un passaggio rapido quello del Simoni giocatore al Torino, come lo sarebbe stato poi, tanti anni più tardi, quello da allenatore. Ma stampato in maniera indelebile nella memoria, per l'atmosfera che si respirava allora indossando quella maglia. Con un ricordo particolarmente grato e commosso per quei due che non ci sono più, la farfalla e il capitano, l'artista e il combattente, Meroni e Ferrini.

 

Giorgio Ferrini è rimasto il simbolo del Toro della rinascita: quello che fece da trait d'union tra la squadra riemersa dalla prima retrocessione e quella che nel '76 sarebbe arrivata allo scudetto. Il leader che ereditò la fascia di capitano da Enzo Bearzot e la trasmise poi a Claudio Sala, per dire che gente abitava il Torino di allora. Era un triestino di Servola, cresciuto nella Ponziana, sicchè fu anche e soprattutto il luogotenente di Nereo Rocco nella quattro stagioni che il Paròn trascorse sulla panchina granata. "Mona d'un servolàn" lo apostrofava il Paròn, quando Giorgio si faceva trascinare dal temperamento e andava agonisticamente oltre: ma gli voleva un bene dell' anima. "Papà g'avemo visite" annunciava Bruno, primogenito del Paròn e coetaneo di Ferrini, quando Giorgio nei lunedì triestini si presentava a casa Rocco su in collina per farsi perdonare."No lo vojo vedèr" esordiva il Paròn sapendo benissimo di chi si trattava. Era l'inizio della commedia, e più durava più divertente era l'immancabile lieto fine.