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I CALCIONI NEL SEDERE
di Amilcare Ferretti

 

 

Nel trentesimo anniversario della scomparsa del grande capitano Giogio Ferrini, affiorano nella mia mente i ricordi dei quattro anni passati come compagni  di squadra, entrambi attori di epiche battaglie sul campo del  mitico Filadelfia, con momenti di esaltazione e prestigio e altri di grande difficoltà e sofferenza. L’atteggiamento di Giorgio è sempre stato indirizzato verso un comportamento di fierezza e sacrificio agonistico nel tenere alto il valore dei nostri colori, quelli granata.  Per noi, suoi compagni, è sempre stato un esempio nel trascinarci alla competizione sportiva con spirito di squadra e abnegazione.

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Un grande ricordo che custodisco con orgoglio è quello di aver indossato per 2 partite (a Torino contro Atalanta e Catania) la fascia di capitano, da lui lasciatami, in uno dei suoi rarissimi momenti di assenza dai campi di gioco. Per me ha rappresentato un grande onore e considero ancora questo temporaneo avvicendamento un filo invisibile che ha ulteriormente unito due caratteri diversi ma con gli stessi valori. Con meno orgoglio ma con , allora, tanta rabbia  ricordo invece un acceso derby Torino-Juventus Durante una fase concitata di gioco e dopo uno scontro ci fu un calcio di Castano a Rosato, io mi avvicinai ai due nel momento in cui Castano, per svincolarsi  da Rosato che, alzatosi accennava ad una vendetta, mi colpì, forse involontariamente, con una gomitata. Tutto ciò scatenò delle reazioni immediate a catena culminate con la fuga per il campo di Sivori inseguito da Ferrini che cercava di affibbiargli dei calcioni nel sedere. Un ricordo con risvolti da film comico che ancora ora mi fa sorridere. Sicuramente meno comica le decisione dell’arbitro, che espulse Castano ed il sottoscritto con tutti i giocatori della Juve che indicavano Ferrini come giocatore da allontanare dal campo. All’espulsione si unirono 2 giornate di squalifica!

 

Le nostre strade si rincontrarono quando Giorgio iniziò la sua carriera di allenatore, vice di Radice, con il Torino campione d’Italia 1975/1976. Io in quegli anni fui assunto dal Toro come allenatore della Primavera, collaborando anche con la prima squadra per sostituire saltuariamente proprio Ferrini che frequentava il “super-corso di Coverciano”, questo era all’epoca il nome della scuola per allenatori di serie A. Con Radice formammo un trio di grande solidità che lavorava in perfetta sintonia. Giorgio iniziò questa nuova esperienza con il solito temperamento e con il piacere della novità. Del resto intraprendere un’attività nel luogo che professionalmente amava di più, il Filadelfia, e per i colori che ha sempre difeso, era il massimo della sua aspirazione. Sicuramente in quei tempi avrebbe avuto buone possibilità di diventare un buon allenatore. Ai giorni nostri non lo vedrei come imprenditore di se stesso, forse sono cambiati quei valori un tempo determinanti.