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CHIEL LI A VEN BON
di Pia Delsedime

   

 

“Chièl lì a ven bon, a l’è gorègn…” Cioè uno tosto, un duro, uno che difficilmente pieghi. Quelli che si esprimevano così non erano degli sprovveduti. Era gente che aveva ancora  negli occhi e nel cuore lo spettacolo che avevano offerto gli Invincibili. Era il campionato 1957-58. A quei tempi, prima della partita, al posto di reclame e canzoni, giocava la primavera. Sarà che l’erba del Filadelfia era più verde di ogni altra, che il sole era ammiccante e l’aria fina ( al di là di nostalgie assortite questo è l’unico dato inconfutabile!), sarà un sacco di altre cose, comunque quei giovani granata travolsero gli avversari mandandoli a casa con  8 goal sul groppone. Anni dopo Giorgio mi disse che si ricordava benissimo di quale partita si trattava e che gli avversari erano i gobbi! Lui segnò forse 3 goal... non so dire di più, non sono tipo da statistiche accurate. Certo  Ferrini  ricordava quella formidabile lezione di calcio giovanile come un emblema. Il biondino gorégn l’anno dopo fu dato in prestito al Varese. Il Toro con la T di Talmone sulla maglia retrocesse a dieci anni esatti dalla tragedia.

Di persona  Ferrini lo conobbi l’anno della B. Scribacchiavo di sport sul giornalino del liceo ed il Toro era cosa mia. Me lo presentò Piaceri in piazza Carlo Felice, vicino al giornalaio dell’angolo, noto tifoso. Era quello un punto di ritrovo per i ragazzi del Toro (potevi trovarci spesso anche Burgnich perché il giovane friulano passato alla Juve era un tifosissimo del Torino e sovente si accompagnava con i nostri). (A Piaceri prestavo dei libri: mi ritornarono tutti regolarmente, tranne uno…) Da quel momento nacque un’amicizia che si rafforzò con il passare del tempo, che coinvolse le famiglie e che per me fu, anzi è , una delle cose più preziose che la vita mi abbia donato. Inutile dire come in quei tempi tutto fosse più facile per noi giovani, come la fiducia pervadesse il quotidiano e come anche piccole cose ti dessero felicità.  Come quando don Francesco telefonava e via si partiva per andare a far merenda sotto la topia di qualche cascina. L’importante, diceva il Don, era che i ragazzi non sentissero noia o troppa nostalgia di casa. Così, fra risate e discorsi leggeri, quasi senza che se ne accorgessero, riusciva a far  virare parole e pensieri verso cose di sostanza. Questa era la tattica del Don. Giorgio era un terreno fertile. Con lui  poi, non occorrevano mica tante parole e Don Francesco lo adorava, ricambiato. Per dire dei tempi.

Quando Giorgio partì per il Cile mi dimenticai di dirgli di scrivermi una cartolina magari con gli autografi di tutta la squadra.. Come fare… Vidi che l’albergo in cui avrebbe soggiornato la nazionale ungherese si trovava nella stessa località degli azzurri… e gli ungheresi in quei giorni erano ancora a Torino poiché proprio con il Torino avevano disputato una partita di preparazione. Mi recai all’Hotel Ambasciatori con una busta “ Per Giorgio Ferrini” e chiesi di un qualche dirigente. Arrivò un anziano signore, alto e sottile, garbato nei modi, gli spiegai la cosa . Sorridendo mi disse di non preoccuparmi, che la missiva sarebbe stata recapitata.  Parlammo oltrechè di calcio, di… scrittori, il gentile signore magiaro adorava i nostri autori con una predilezione per Pirandello… Uscii contenta , ma un po’ scettica. Sbagliato! Dopo poco più di una settimana mi arrivò una fotografia degli azzurri incastonata in una specie di quadretto di vellutino, “Ricordo del Cile”, con tutti gli autografi.

 

Dopo sposata andai ad abitare in montagna. Ma ogni tanto arrivava l’annuncio di una nascita, un saluto da parte di amici comuni, una telefonata. Sempre a Limone una sera chiamò spiegandoci che aveva acquistato un terreno a Pino : “ Si possono fare 2 case, dai, pensateci ”. Italo andò a fare un sopraluogo. Esito: troppa salita alla fine dell’allenamento… Come se uno dovesse fare il corridore tutta la vita… una rabbia… così la casa a fianco la fece Roberto Rosato. Quando tornammo a Torino dall’eremitaggio, ci si prese a vedere con continuità. Le cene del lunedì sono un mito.  Grandi tavolate, Cereser, Sattolo, Lombardo ospiti fissi, Manolino che faceva da giullare e altri cari amici. Una volta dissi “ Ehi non mangiatemi tutto che io domani riciclo per Damiani…” Damiani era un gran tifoso di Zilioli ed anche una buona forchetta .Molto simpatico anche perché diceva sempre con quella sua erre arrotata “ Ma a Torino non ci sono juventini? Vado dal verduriere, è del Toro, il lattaio è del Toro, tutti i miei amici sono del Toro..”. Spesso lui e sua moglie venivano a cena da noi, al martedì.  Giorgio la prima volta fece una brutta faccia chiedendomi se per caso avevo mica l’idea di cominciare ad invitare dei gobbi… Spiegai la faccenda, anzi, aggiunsi che facevamo pure un dispetto a Causio che aveva  quasi diffidato Oscar dall’andare a cena in quel covo granata…Al nome di Causio Giorgio sogghignò ed  ebbi il via libera “ Va bene, ma solo avanzi al gobbo,  almeno nel mangiar bene che arrivino secondi!!” Un mercoledì mattina, Mariuccia era fuori Torino, mi telefonò chiedendomi se il gobbo aveva mangiato tutto : “No, no, é ancora avanzato qualcosa…” dissi con aria fintamente nauseata. “ Allora dopo l’allenamento vengo a finire tutto io..!!”

Spesso alla domenica Mariuccia veniva a prendermi e poi si andava alla partita. Acquistai una piccola caffettiera per fare il caffé solo per lei che non vi avrebbe rinunciato per nulla al mondo. Nella fretta di andare alla partita Mariuccia si preparò il caffé, lo bevve e lo trovò proprio disgustoso.. “ Deve essere la caffettiera nuova…Solo verso sera ci accorgemmo che la caffettiera conteneva ancora le…istruzioni.. Giorgio arrivava  poco dopo noi e per prima cosa andava a guardare nel frigorifero “ Cosa c’è lì?” “ Tomin eletric..” “ E là?’’ “Acciughe al verde”…Allora si preparava un bel paninone , si guardava intorno e “ “Gabriele prendi le chiavi che andiamo in cantina,  tuo papà al solito non ha fatto rifornimento…”. Mio figlio si sentiva molto importante ed orgoglioso per quella mansione di cantiniere. Con i bambini aveva un modo di fare essenziale, senza smancerie, che catturava. Quante volte  a Pino trovavamo Giorgio chino sui libri ad aiutare Amos nei compiti, ed Amos attento, a seguirlo. Amos che con chiunque altro avrebbe dato segni inequivocabili di irrequietezza. Non con suo papà.

Mi arrabbiai molto quando Brera se ne venne fuori con quella storia del doping in Cile. Una cosa di un assurdo incredibile. Se c’era una cosa che faceva stupire Giorgio era l’armadio dei medicinali di Italo. Ogni tanto andava a guardarci dentro, sembrava un bambino, ma cos’è questo, ma cos’è quello... Conosceva l’aspirina, l’antipiretico che prendevano anche i suoi figli e poco più. Si potrà pensare che  là dentro ci fosse chissà cosa, in realtà erano medicinali di uso comune, leciti, ma tanti,  epatoprotettori e cardiotonici e vitamine , prodotti dietetici, sciroppi per la tosse, compresse di fruttosio, compresse di calcio, sali minerali, soluzioni Schumm , colliri, unguenti, cerotti per la schiena, per le ginocchia , insomma, una minifarmacia… Quando veniva qualcuno che non era mai stato da noi , Giorgio per prima cosa lo portava a vedere l’armadio dei medicinali! Seguivano discussioni . Italo a stupirsi che i giocatori, almeno quelli del Toro, non si curassero e Giorgio a convenire che però loro, i corridori, facevano ben altra fatica.. I ricordi sono innumerevoli, potrei farci un libro. Stranamente, non mi addolora il risvegliarli, anzi mi fortifica, mi inorgoglisce.

Per me Giorgio non è morto. A volte ci parlo. Qualche giorno prima del  secondo attacco preparai gli agnolotti, che adorava, e glieli portai su. Poi, con Italo, si proseguì per Bergamo per l’ultima gara della stagione. Lo vidi ancora una volta. Era sera, sul tardi. Domenico Marini, che a quel tempo prestava la sua preziosa opera nel reparto di rianimazione , suo angelo custode in quei tragici giorni ( fu poi a lungo fisioterapista del Torino), ci comunicò che la fine era vicina e ci permise di vederlo. Qualcuno degli amici che sempre gli furono vicini, preferì di no. Io lo volli vedere. Gli strinsi la mano e mi sembrò che rispondesse alla mia stretta. Poi  gli parlai piano, per non svegliarlo. Non me ne sono pentita. Non ebbi affatto la sensazione della morte che sopraggiunge. No, Giorgio non è morto. Anzi, stiamo bravi, che se no si arrabbia…!!