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OH, CAPITANO, MIO CAPITANO!
di Manlio Collino

 

 

Non posso ripensare a Giorgio Ferrini senza che mi torni in mente la poesia di Whitman: "Oh Capitano! Mio Capitano!" Era morto a novembre, Giors, al secondo ictus, quando sembrava riprendersi dal primo. Come le foglie che cadono anzitempo, e cessando di risuonare al vento lasciano la notte e il bosco più deserti e silenziosi. Oh Capitano, mio Capitano, se non t'avessi conosciuto da vicino, se non avessi guardato il mare nei tuoi occhi, se non avessi bevuto il tuo vino e mangiato il tuo pane a Vallechiara, se noi due, giovani sposi di rosse che tutti c'invidiavano, non avessimo cantato insieme "da Trieste fino a Pola gò perdu la mia mandola"...ecco, sarebbe stato più facile. C'eravamo allenati con Superga, e diciotto anni dopo con Meroni. Quando ci hai lasciati, nove anni dopo Meroni, potevamo dirci preparati, e poi eravamo ubriachi, avevamo ancora lo scudetto nelle vene, tricolore anche tuo, da allenatore in seconda. Invece no. Ci hai lasciati di pietra perché ti amavamo come uomo, come esempio, prima ancora di ammirarti come giocatore. Valentino Mazzola premeva su Novo per passare all'Inter, quando la morte lo ghermì a Superga. Gigi Meroni era già della Juve, quando finì sotto le ruote di Tilli. Tu no. Tu non hai mai pensato neppure per un attimo di lasciare il Toro. Neanche nelle ultime partite quando i tifosi ingrati, vedendoti affannato, ti gridavano "ritirte, nonu!". Avresti allenato le giovanili, avresti fatto persino il massaggiatore, pur di restare al Fila.

Oh Capitano, mio Capitano, che hai finito una partita zoppicando per non lasciare in dieci la tua squadra, con una tacchettata assassina nella gamba così profonda che si vedeva l'osso. Che hai preso a calci in culo Sivori, a cui piaceva umiliare gli avversari, e che detiene ingiustamente il record di reti segnate nella stessa partita in serie A, avendone infilate sei ai ragazzini dell'Inter, nella ripetizione di quel Juve-Inter del '61 in cui Moratti mandò a Torino la formazione primavera, per protesta. Lo prendevi a calci, e lui ti rispettava, quel cabezon de carajo che in quella partita dribblava i frastornati ragazzini nerazzurri (la gobba dello "stile" vinse 9 a 1: ganzi!) e poi li aspettava per ribeffarli più volte. Prendevi a calci in culo anche i giovani del vivaio, tu, nella partitella del giovedì, ma solo se si permettevano un tunnel irridente o un dribbling di troppo a voi anziani. Lo facevi perché imparassero a stare al loro posto, perché capissero che nella vita c'è un tempo per obbedire e uno per comandare, e che il rispetto per l'anziano è una polizza stipulata per quando anziano sarai tu. I giocatori d'oggi dovrebbero calzare scarpe luminose, al tuo confronto,  per non rischiare di smarrire i piedi nel buio delle loro carriere mercenarie.

 

Oh Capitano, mio Capitano, lasciami parafrasare i versi di Whitman, che sembrano scritti per quella fredda mattina di Novembre, era il '76, in cui tutti ci ritrovammo alle tue esequie con le bandiere fresche d'uno scudetto atteso 27 anni, ed anche tuo. Il nostro duro viaggio è finito - parevi dirci dalla bara  - la nave ha scampato ogni tempesta, il premio che cercavamo è ottenuto... sento le campane, la gente esulta, mentre gli occhi seguono la gloriosa bandiera: ma... oh cuore, cuore, cuore granata! Gocce rosse di sangue sull'erba del Fila, dove tu giaci idealmente coi grandi di Superga e con Gigi, a cui passasti tanti palloni. Oh Capitano! Mio Capitano! Alzati a sentire le campane; alzati - per te la bandiera è portata - per te la tromba di Bolmida risuona, per te i fiori, i nastri, le corone - per te rive di folla adesso urlano, ondeggianti, i volti accesi verso di te; ecco, Capitano! Giorgio caro! Le nostre braccia sotto la tua nuca, ti sollevano. Che tu veda, che tu senta da lassù quanto ti amiamo, quanto ancora ti rimpiangiamo. E poi ci troveremo tutti insieme, a raccontare le stelle.