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LA COMMEDIA DEL CONTRATTO
di Beppe Bonetto

   

 

Mi è stato chiesto un pezzo su Giorgio Ferrini, frutto di 12 anni di frequentazione professionale (e solo questa perchè ripensandoci - e mi spiace - non ricordo neppure una cena fuori dai protocolli societari).  Lo spunto più semplice sarebbe quello delle trattative contrattuali  che allora si facevano anno per anno e per le quali, di solito, mi "mangiavo" le ferie andando in ritiro con la squadra per battagliare non solo con i giocatori ma, indirettamente,  anche con Boniperti che, beato lui, risolveva il problema dei bianconeri  in una mezza giornata, esaltato dai mass media nel confronto con i "cugini" poveri. Preferisco invece non approfondire troppo, perchè sono arrivato alla conclusione che la trattativa con Giorgio faceva parte di una sceneggiata  messa in piedi fra la presidenza ed il capitano, e nella quale ero inconsapevolmente coinvolto.

La procedura era la solita. Iniziavo la "campagna ingaggi" convocandolo per primo,  parlavo, parlavo (lui molto meno), utilizzando tutti gli argomenti possibili:  la  difficile situazione del momento (che in casa granata era, e si direbbe sia,  endemica),  il "cuore Toro", la stima dei dirigenti, il suo futuro nell'ambito della società (come poi è stato, od avrebbe dovuto essere) e così via. L'accordo veniva raggiunto, il contratto firmato, ma chissà perchè il giorno dopo arrivava in ritiro la "proprietà" con la quale  Ferrini si appartava,  con lo scopo non dichiarato di riprendere e definire, nell'ambito dei rapporti personali con Pianelli & Traversa, quel problema - tanto importante nell'economia della squadra -  che credevo di aver brillantemente risolto. Di fatto, un "teatrino" che si concludeva con un Pianelli  che, compiaciuto, esibiva il rituale e  tipico sorriso "a salvadanaio".

 

Altri argomenti o ricordi? Li lascio agli altri cui sono stati richiesti  perchè non voglio sconfinare  nei campi di competenza degli allenatori, dei medici, dei compagni di squadra, degli amici preferendo  inserirne la memoria nella realtà del  calcio attuale, che non è né migliore nè peggiore di allora, ma certamente diverso. Giorgio Ferrini era profondamente religioso ma non ricordo una sola volta che si fosse fatto il segno della croce su un campo di calcio.

Era un calciatore "fisico" (l'unico avversario che Romeo Benetti evitava accuratamente di incrociare), ma  era impensabile una sua gomitata  in faccia ad un  avversario  o un qualsiasi atto di violenza fine a se stesso. Era un introverso, ma ricordo certi compagni di squadra appesi al muro nello spogliatoio, quando da vero capitano perdeva la pazienza. Non era, nè poteva essere un goleador, ma quando segnava (neppure tanto raramente se si pensa alle 17 reti complessivamente realizzate  nelle due stagioni fra il 1963 ed il 1965) aveva un pudore naturale a trattenere per sè le proprie emozioni, guardandosi bene dal  baciare o sbandierare una maglia alla quale era attaccato più di qualunque altro.
In conclusione,  Ferrini era uno che non sentiva il bisogno di esibire  le proprie qualità, i propri sentimenti; era sostanza - tecnica, atletica ed umana - in un ambiente nel quale, oggi più che ieri, non conta tanto quello che si è ma quello che  appare. Lui, Giorgio, per tutti noi che lo abbiamo conosciuto, era semplicemente un GRANDE.