
ESALTARSI NELLA FATICA |
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Giocavo nei ragazzi del Piombino e mi chiamavano “Placido”. Passai in prima squadra ma il nomignolo rimase. Apro l’enciclopedia e leggo: “Placido, un carattere tranquillo, calmo, pacato che agisce senza scomporsi”. Potevo avere un futuro nel mondo del calcio con una caratteristica di questo genere? Dicevano che ero bravo, giocavo bene, ma tutta la mia ricchezza finiva lì. Peccato, dicevano in molti, compromettere il futuro per una indolenza marcata, spesso strafottente. Per me la sofferenza sul campo era un inutile spreco, non riuscivo a capire il sacrificio. Una volta arrivato al Torino, nulla cambiò inizialmente, per me un posto da titolare nelle primavera granata non c’era mai. Tre anni sprecati tra delusioni e giorni avvelenati. Emigrai: Genoa, Ternana, Potenza e finalmente tornai al Toro. |
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Fui aggregato alla prima squadra, ero con quelli veri!! In me l’angoscia di trovare slancio, grinta, cattiveria per scavare la trincea il più in fretta possibile, ma come fare? Qualcuno mi doveva pur dare un buon esempio per lenire quelle piaghe giovanili ed ancora presenti in me. Non fu difficile individuare il bulldozer che faceva al caso mio: Giorgio Ferrini. |
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Stavo crescendo a vista d’occhio appoggiato a lui. Le cose iniziavano ad essermi più chiare. Aveva occhi azzurri e penetranti, illuminava con lunghi silenzi evitando discussioni che, piaccia o non piaccia, non gradiva. Amava agire sudandosi pagnotta e minestra calda. Quanto hai corso caro Giorgio, quanto hai sgomitato, sbuffato fino a svuotarti di ogni energia onorando quella fascia di capitano che qualche volta ho indossato con discrezione, come se volessi scusarmi per un imbroglio. Sono così cresciuto cercando di imitarlo, ci sono riuscito sconfiggendo la mia paura di soffrire, di lottare. La mia debolezza a sopportare il peso della fatica divenne un ricordo grazie al condottiero di battaglie alla morte. Riuscii a sopportare ciò che gli altri avevano sopportato da sempre. |
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Grazie, caro indimenticato Giorgio, vicino a te mi sono esaltato nella fatica sentendomi onorato servitore e non più servito. Prima mi divertivo e gli altri si sacrificavano, con te era finito il tempo dei giochetti. Quanti colpi, zampate ti ho visto prendere e dare, hai cercato sempre l’ultimo posto, quello degli anonimi, di coloro che non contano, degli uomini piegati alle dure esigenze della fatica. Ti ho imitato sai, ora te lo posso dire. Mi ha protetto sul campo quando i miei limiti si stavano evidenziando ed io mi sentivo salvo. Mi chiamavi affettuosamente “Agropoli” e non “Placido”. A te sembrava niente ma in cuor mio sapevo di aver vinto, ma da solo no ce l’avrei mai fatta. Sei stato una meraviglia di uomo e di capitano. Buono, cocciuto e generoso. Questi restano tra i più cari ricordi della mia vita, ricordi a cui torno con pace serena ed un velo di mestizia. Giorgio non c’è più, perderlo è stato un misfatto. La sua morte è ancora un mistero, tutto ciò che ci circonda è un mistero. Non lo è il mio amore per Giorgio. Vicino a lui non mi sono mai smarrito. Ciao capitano spero che tu riposi in un buio amico. |
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